Testimoni del Risorto
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Don Luigi Andritzki

Testimoni del Risorto 20.04.2016

Calendario liturgico Andritzki Luigi

È “subdolo” ed ha un’influenza “malefica” sui giovani e per un prete è il miglior complimento, se a giudicarlo così è la Gestapo, che guarda con sospetto e perseguita proprio i preti più entusiasti e che hanno il maggior ascendente sui giovani. La vita di don Luigi Andritzki è tutta qui, se vogliamo, perché è limpida e coerente. E anche breve, perché si esaurisce nell’arco di appena 29 anni, di cui solo 4 di sacerdozio. Di famiglia serba, nasce nel 1914 nella Germania sud-orientale, da genitori insegnanti e buoni cattolici, al punto che, proprio nel buio del regime nazista, ben tre dei loro figli entrano in seminario. Lui, Luigi, è un giovane brillante, sportivo e dinamico quando a 20 anni decide di farsi prete; ordinato nel 1939, comincia ad esercitare a Desdra, mettendo in moto le identiche qualità. Sono soprattutto i giovani a subire il suo fascino, perché sa parlare loro di Dio anche attraverso il nuoto, il disegno e la ginnastica, organizzando partite di calcio e scuole di musica. Proprio per questo i nazisti cominciano a tenerlo costantemente sotto osservazione: parla troppo bene, è troppo critico verso il regime, riesce ad intercettare i giovani ed a farsi seguire. Tutte cose che, messe insieme, costituiscono più di un capo d’accusa nei suoi confronti. “Queste sono solo schermaglie, il peggio deve ancora venire”, dice ai suoi ragazzi a Natale 1940: è pienamente cosciente dei rischi cui va incontro, oltre ad essere un osservatore attento e lucido della situazione politica che sta vivendo. “Fra un paio d’anni saremo ghigliottinati tutti”, dice profeticamente; nemmeno un mese dopo lo arrestano, al termine di una rappresentazione teatrale in cui ha cercato di spiegare ai giovani la fine che faranno i cristiani durante la Seconda guerra mondiale. Processato come “nemico dello Stato” e giudicato colpevole di aver sferrato attacchi feroci al governo e al partito con la sua predicazione e il suo apostolato tra i giovani, viene condannato a sei mesi di carcere, terminati i quali viene deportato a Dachau. “Considerato il comportamento di suo figlio, si deve purtroppo ritenere che questi continuerebbe a perseverare nelle sue eretiche calunnie contro lo Stato”, scrive la cancelleria di Hitler, respingendo la commovente supplica di scarcerazione inoltrata da papà Andritzki: nella sua lucida perfidia, la Gestapo è pienamente consapevole del coraggio e dell’inflessibilità di don Luigi. Che non si smentisce neanche nel lager, stringendo con un amico benedettino, nel momento in cui vi entra il 10 ottobre 1941, un patto “eroico”: “Non ci lamenteremo mai. Non abbandoneremo il nostro contegno. Non dimenticheremo neanche per un attimo il nostro sacerdozio”. Il che è più facile a dirsi che a farsi, quando i mesi si protraggono, le umiliazioni abbondano, il cibo è insufficiente, il lavoro forzato sfibra anche i più robusti. Con la forza della disperazione e con la lucida volontà di non lasciarsi sopraffare dall’incalzare degli eventi e dal sovrabbondare della violenza, riesce a formare con altri sacerdoti presenti nel campo un circolo di studio, che tre sere alla settimana si raduna per leggere la Sacra Scrittura e dal quale addirittura prende vita un circolo liturgico. A quei poveri esseri, infatti, strappano via tutto, anche la dignità; solo il sorriso non riescono a rubare dal volto di don Luigi. “Era una specie di don Bosco”, dicono adesso di lui, “curava i malati, sosteneva gli anziani, consolava chi era triste”, naturalmente sorridendo sempre. Perché forse non tutti sanno che a volte basta un sorriso per far del bene a qualcuno e nessuno è così povero da non avere almeno un sorriso da donare. Fino a che gli restano le forze fa anche l’equilibrista, camminando sulle mani per strappare un sorriso ai compagni di prigionia. “Chi lo vedeva al mattino restava pieno di gioia per tutta la giornata”,dice un testimone, neanche forse accorgendosi della gran bella cosa che sta dicendo di quel prete gioioso. Che a Natale 1942 si ammala di tifo e viene portato in infermeria. Il 3 febbraio 1943 chiede di poter ricevere la comunione e beffardamente il guardiano del reparto gli offre un’iniezione letale. Finisce così la vita breve del prete che sorrideva sempre e che un anno prima aveva scritto: “Se ora non possiamo essere i seminatori cerchiamo di essere almeno il seme, per portare abbondanza di frutti al tempo della raccolta”. Il 13 giugno 2011 don Luigi Andritzki è stato beatificato a Desdra: è il primo beato serbo e il primo martire che camminava sulle sue mani.

Don Luigi Andritzki
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