Testimoni del Risorto
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Don Luigi Caburlotto

Testimoni del Risorto 08.07.2015

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Non era ancora arrivato, ai suoi tempi, papa Francesco, ad insegnare ai preti che devono avere addosso “l’odore delle pecore”, ma già quell’odore se lo portava appresso, anche se, più pudicamente del papa, diceva soltanto che “è necessario che il pastore faccia sentire la sua voce e preceda le pecore perché esse lo possano sentire e vedere”. Don Luigi Caburlotto nasce a Venezia il 7 giugno 1817, figlio di un gondoliere e nipote di barcaioli da parte di mamma. Arriva al sacerdozio il 24 settembre 1842, dopo aver sputato sangue nel senso reale del termine perché da anni la sua diagnosi medica oscilla tra tubercolosi e malattia di cuore e si aveva paura che non arrivasse all’ordinazione. Stupisce quindi non poco l’ardore con cui si tuffa nel ministero, dividendosi tra le mille sofferenze della parrocchia di San Giacomo dall’Orio, la più misera e disastrata tra le parrocchie veneziane, che nel 1848 è anche sotto il tiro incrociato di Austriaci e Italiani che si contendono Venezia, facendo crepare la povera gente sotto le cannonate. Passa indenne anche in mezzo al colera, che invece si porta via il parroco e la gente vuole che sia don Luigi a prenderne il posto, perché ha capito com’è fatto il suo cuore. Accetta, anche perché nessun altro prete potrebbe ambire ad una tal parrocchia. Neppure un anno dopo ha già aperto una specie di oratorio femminile in due stanze prese in affitto: è la sua risposta alla miseria morale che ha sotto gli occhi, all’abbandono della gioventù per strada, alla carenza educativa delle famiglie. Perché don Luigi è convinto che “la donna costruisce o demolisce la casa” e pertanto proprio dall’educazione delle ragazze bisogna partire per puntare al riscatto del quartiere: in fondo non sta facendo altro, in versione femminile, di quanto don Bosco, nella stessa epoca, ha fatto nel quartiere Valdocco di Torino. È aiutato da due catechiste, cui presto si aggiunge una terza e poi altre ancora, con le quali dà vita alla Congregazione delle “Figlie di San Giuseppe”. Ed è così che il prete senza salute e il parroco dei poveri si ritrova, quasi senza volerlo, ad essere fondatore e padre di tante “Figlie”, alle quali insegna ad “educare amando e amare educando”, raccomandando loro che “gli educatori devono vedere tutto, correggere poco, castigare pochissimo, ma devono vestirsi di Gesù”. Sempre più convinto che “un Paese che vuole cittadini ben formati e responsabili sa spendere molto nell’educazione” e che “per risanare una società occorre impegnarsi nel campo educativo", moltiplica in Venezia la creazione di scuole popolari per le ragazze più trascurate e abbandonate. “Esporta” la sua formula educativa, per la prima volta, nel 1859, aprendo una scuola femminile a Ceneda (l’attuale Vittorio Veneto), cui affianca un collegio per le ragazze che vogliono proseguire gli studi. Politicamente vive nel clima surriscaldato di quel periodo postunitario, con il braccio di ferro tra pubblici amministratori, perlopiù anticlericali, e le istituzioni ecclesiastiche, spogliate delle loro proprietà. Tutto ciò non impedisce ai politici del tempo di affidare a don Luigi il “risanamento” di alcuni istituti in precarie condizioni economiche ed educative, come l’ Istituto Manin maschile, di arti e mestieri, l'Orfanotrofio maschile ai Gesuati e quello femminile alle "Terese": un riconoscimento implicito delle sue capacità educative ed organizzative, a seguito delle quali gli conferiscono il titolo di Cavaliere della Corona d’Italia. Accetta per “salvare” le opere educative che ha creato e che sta dirigendo, ma si aliena le simpatie di tutti i confratelli, che con ciò lo considerano più amico del Re che del Papa. Incompreso e criticato, continua imperterrito ad insegnare alle sue Figlie che ci vuole “dolcezza, dolcezza, dolcezza, con la dolcezza si fanno i santi” e che “l’amore obbliga a trattare tutti con soavità e dolcezza”. Insiste per “non chiudere la porta a nessuno”, raccomanda che “non si tema di essere troppo indulgenti, perché è sempre meglio esagerare in bontà che trattare con durezza”, sottolinea che ”la santità è un cammino da riprendere ogni giorno”. Nel 1872 lascia la parrocchia per dedicarsi unicamente alla sua congregazione e alla sua opera educativa, poi si lascia sigillare dalla malattia nel silenzio e nella preghiera, fino a quando la morte lo raggiunge, il 9 luglio 1897. Il 16 maggio scorso è stato beatificato a Venezia, mentre le sue suore proseguono la sua attività con scuole, collegi, missioni, opere sociali e pastorali, oltre che in Italia, in Brasile, Filippine e Kenya.

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