Testimoni del Risorto
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François Xavier Nguyên Van Thuân

Testimoni del Risorto 01.10.14

Parole chiave: testimoni del risorto (15), gianpiero pettiti (15)
Calendario liturgico Van Thuân

Ha il martirio nel suo dna: tutta la famiglia materna (ad eccezione del nonno, che in quel periodo è in Malesia) nel 1885 viene sterminata con l’incendio del villaggio, dato alle fiamme perché abitato da cristiani, mentre per linea paterna innumerevoli sono i perseguitati e gli uccisi per la fede tra il 1668 ed il 1885. La loro memoria è tenuta viva in famiglia, li si rievoca quando son seduti per la preghiera della sera attorno a nonna, che non li lascia mai andare a letto senza aver fatto recitare loro il rosario per i sacerdoti. Non è quindi un caso che quando anch’egli sarà imprigionato per la fede, sua madre faccia pregare per lui ogni sera: non per chiedere la sua liberazione, ma piuttosto perché resti sempre fedele alla Chiesa e perché impari a perdonare i suoi persecutori. È abbastanza normale, dunque, che in una famiglia così nasca, cresca e si formi cristianamente un personaggio che noi oggi conosciamo come il cardinale François Xavier Nguyên Van Thuân. Nato a Huê il 17 aprile 1928, entra in seminario a 13 anni e diventa sacerdote l’11 giugno 1953. Dopo essersi laureato a Roma in Diritto Canonico nel 1959, ritorna in Viet Nam a fare il professore, il rettore del seminario e il vicario generale della diocesi di Nha Trang, della quale diventa vescovo nel 1967, ad appena 39 anni. I suoi guai iniziano nel 1975, dopo la nomina a vescovo di Saigon: incarcerato dai Viet Kong, resterà in cella per 13 anni, nove dei quali in isolamento, senza un processo, senza un giudizio, senza una condanna. Entrato da uomo libero nel palazzo presidenziale nel primo pomeriggio del 15 agosto 1975, ne esce alcune ore dopo come detenuto sotto scorta, senza ricambi o effetti personali. Nei giorni successivi può chiedere un cambio di biancheria e medicine per il “mal di stomaco”, che i suoi fedeli capiscono subito nel significato recondito, fornendogli una bottiglietta di vino e ostie per la celebrazione dell’Eucaristia. Con alcune gocce di vino, tenute nel palmo della mano, e con i frammenti di ostie, ogni giorno può celebrare messa: naturalmente a memoria, perché non può tenere con sé libri e tantomeno messali. Da sotto la zanzariera riesce a dare la comunione ai cinque cattolici che dall’esterno hanno partecipato alla celebrazione cercando di dare nell’occhio il meno possibile. I frammenti consacrati residui sono poi conservati in un pacchetto di sigarette, che, secondo le necessità, funziona egregiamente da tabernacolo, pisside, teca per la comunione ai malati e addirittura da ostensorio, davanti al quale gruppetti di detenuti si radunano per l’adorazione. Riesce a comunicare con l’esterno grazie ad un bambino di 7 anni, che gli procura in carcere carta e matita e che poi con aria innocente riesce a far passare sotto il naso dei burberi carcerieri i messaggi del vescovo prigioniero alla sua comunità. A casa il bambino può contare sulla complicità di fratelli più grandi di lui, che prontamente li ricopiano e li diffondono: in questa maniera avventurosa nascono i libri del vescovo (tradotti poi anche in italiano), il cui tema dominante è la speranza. Le autorità lo temono, perché parla di amore e perdono e rischia di “contaminare” le guardie; arrivano al punto di sostituire il picchetto ogni due settimane, ma alla fine devono arrendersi, perché quest’uomo, disarmato e impotente, con la sua sola presenza e con la sua testimonianza, risulta estremamente contagioso. Nei duri anni di completo isolamento, oltre alla messa, non ha altra consolazione che rileggere le 300 frasi del vangelo, imparate a memoria e trascritte su pezzetti di carta e che porta sempre con sé, insieme a due puzzolenti pagine dell’Osservatore Romano, utilizzate per incartare un pesce ricevuto in dono, ma che a lui fanno sentire il legame con la Chiesa di Roma. Liberato il 21 novembre 1988 ed espulso dal suo paese, si trasferisce a Roma nel 1991, quando cioè ha la certezza di non poter più rientrare in Viet Nam. Giovanni Paolo II gli affida la presidenza del Pontificio Consiglio giustizia e pace, lo chiama nel 2000 a predicare gli esercizi spirituali alla Curia romana e nel 2001, infine lo crea cardinale. Muore il 16 settembre 2002, dopo lunghe sofferenze per una rara forma di cancro. “Sogno una Chiesa che abbia nel cuore il fuoco dello Spirito Santo, e dove c’è lo Spirito c’è libertà, dialogo sincero con il mondo e specialmente con i giovani, con i poveri e con gli emarginati”, aveva detto un giorno. Chi l’ha conosciuto sostiene che in lui questo fuoco ardeva sempre. Per questo, già dal 2007, è iniziato il processo per la sua beatificazione.

François Xavier Nguyên Van Thuân
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