Testimoni del Risorto
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Giuseppe Fanin

Testimoni del Risorto 21.12.2016

Calendario liturgico Fanin

Settant’anni fa, per la politica, si menavano botte da orbi e ci si uccideva anche: esattamente come oggi. La storia di questa settimana ci riporta al 4 novembre 1948, in quel di Persiceto (Bologna), precisamente ad una sera nebbiosa e umida in cui, lungo la strada per Lorenzatico, viene rinvenuto il corpo di un giovane uomo ridotto ad una maschera di sangue. Scambiato in principio per un ubriaco vittima di un incidente per i fumi dell’alcol, solo i documenti rivelano la sua identità, tanto il viso è tumefatto e irriconoscibile. Morirà alcune ore dopo, nel cuore della notte, senza aver ripreso conoscenza. Peppino per i famigliari, Pippo per gli amici, Giuseppe Fanin è un giovane brillante, entusiasta ed esuberante, anima delle feste perché portatore di una gioia che travolge e contagia. È stato il primo tra gli amici di Persiceto a laurearsi, naturalmente in Agraria perché, da buon figlio dei campi, ama anche coltivarli nelle stagioni di punta e a tempo perso. In tutti è ancora vivo il ricordo del giorno in cui è stato festeggiato “dottore”, con in testa una corona di foglie e cipolle a germogli spioventi, in mezzo ad una selva di bottiglie e vassoi di paste che hanno fatto esplodere l’allegria. La famiglia è originaria del basso vicentino e si è trasferita in Emilia solo nel 1910, indebitandosi fino al collo per comprar terra coltivabile in località Tassinara di Persiceto. Il ragazzo sembra fatto per grandi ideali e, finita la scuola dell’obbligo, entra anche in seminario, da cui esce però un anno e mezzo dopo, dicendo con piglio sicuro: “Mi sono sbagliato, la mia vocazione è quella del padre di famiglia”. E che sia una decisione serena e matura, malgrado la giovanissima età, lo dimostra la sua fede convinta, che non conosce rispetto umano e che continua a vivere e testimoniare in famiglia, a scuola, tra gli amici. A 18 anni si fidanza con Lidia Risi, che conosce da tre anni, confessando candidamente di essersi follemente innamorato, perché gli piace “la sua bontà, la sua fede, il suo fisico, la sua bellezza”. Anch’egli è un ragazzo “che piace”, non fosse altro che per la laurea, che a quei tempi ancora ha valore e che gli promette un futuro davvero roseo. Cresciuto nell’Azione cattolica e plasmato dalla Fuci, e prima ancora nato in una famiglia di solidi principi e di fede autentica, acquista ed alimenta in sé i valori che si ispirano al vangelo e alla morale cattolica, che si sforza di vivere con la fidanzata, nel divertimento, nell’impegno civile. “Io amo te di un amore che giunge fino a Dio. E il mio amore è puro perché anch’io sono puro e voglio portare la mia purezza al talamo matrimoniale”, scrive alla fidanzata, ammettendole anche con estrema sincerità: “Faccio fatica a stare a posto, ma ci sono riuscito e ne sono contento”. Il lavoro nei campi di famiglia e gli studi di Agraria gli fanno invece sentire il dramma sociale dei braccianti e dei contadini e il desiderio di offrire loro migliori condizioni di vita. E così, stupendo tutti e deludendo qualcuno, con una laurea in tasca e con prospettive di affermazione professionale, rinunciando anche volontariamente alle proprie inclinazioni, a luglio 1948 sceglie l’azione sindacale tra i lavoratori dei campi. Viene assunto dalle Acli e comincia il disbrigo delle pratiche sindacali, aiutato dal suo carattere disponibile e gioviale, ma soprattutto fa suo il problema dei contratti agrari e in particolare quello della compartecipazione come emancipazione delle classi più povere dei lavoratori agricoli, iniziando subito a consultare tecnici, commissioni di braccianti, professori universitari di Agraria. Il frutto di questi suoi primi mesi di lavoro è il nuovo “patto” che dovrà discutere il 7 novembre al Congresso di Molinella, davanti al sottosegretario Emilio Colombo. Il clima politico di quell’immediato dopoguerra è particolarmente rovente in Emilia ed il Bolognese è stato segnato da numerosi fatti di sangue di chiara matrice partitica. Anche Peppino è minacciato, ma rifiuta ogni consiglio di precauzioni e magari di un’arma per legittima difesa perché, dice, “io non ho fatto del male a nessuno”. Nel buio di quella notte lo aspettano in tre, assoldati, si scoprirà poi, dal segretario del Pci locale, con il preciso incarico di “dargli una lezione”. Picchiato con sbarre di ferro e con profonde ferite di punteruolo ai fianchi, paga a 24 anni con la vita la sua fedeltà ad un’idea: in mano gli troveranno la corona del rosario, che è solito recitare nella biciclettata di sei chilometri da Persiceto a casa sua. In quindicimila, si calcola, verranno a salutarlo il 7 novembre, ma evidentemente il suo ricordo non si è spento, se nel 1998 la Chiesa bolognese ha iniziato il suo processo di beatificazione.

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