Testimoni del Risorto
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Maria Raffaella Cimatti

Testimoni del Risorto 16.03.2016

Cimatti Raffaella

Mamma ha un bel ripeterle di liberamente seguire la sua strada e di non sentirsi vincolata a lei e alle sue necessità: Santina proprio non se la sente di lasciarla, cadente e bisognosa di cure com’è, per seguire la sua vocazione. Anche se sa benissimo che il Signore aspetta da lei una totale consacrazione, come d’altronde le confermano quanti sono a lei più vicini, a cominciare dal suo parroco: “Il tuo cuore appartiene già a Dio ed il suo a te. Verrà il giorno in cui, superate le attuali difficoltà, potrai finalmente dedicarti solo a lui”.  Il fatto è che dei sei figli che mamma ha avuto, tre sono andati subito in paradiso e dei tre rimasti soltanto lei può prendersene cura, dato che i due maschi, cui lei ha fatto da mamma dopo la prematura morte di papà, sono entrati dai Salesiani: Luigi, fratello coadiutore in Perù, morirà nel 1927 in fama di santità; Vincenzo, fondatore delle missioni salesiane in Giappone, è adesso “venerabile”, cioè ad un passo dalla beatificazione. Una famiglia di santi, insomma, e lei non è da meno, a cominciare dal suo nome che è già un programma di vita.  Alla soglia del suo ventottesimo compleanno, quando cioè proprio non ce la fa più ad aspettare, va a sfogarsi dal suo parroco, trovando in lui una provvidenza insperata: il buon prete, pur di lasciarla andare per la sua strada, si offre di accogliere in canonica l’anziana mamma, promettendo di prendersene cura come fosse la sua. Solo così le porte del convento si spalancano per Santina: entra il 4 novembre 1889 tra le Suore Ospedaliere della Misericordia di Roma, che sembra proprio il posto fatto per lei, che di misericordia nella vita ha già ben dimostrato di averne. Se ne accorgono anche le superiore, che secondo l’uso del tempo ne saggiano la vocazione facendole fare il noviziato in corsia, subito a diretto contatto con i malati. Con l’entusiasmo dei neofiti, si divide nelle mille mansioni di apprendista- infermiera-tuttofare, correndo da una branda all’altra, con il suo inossidabile sorriso e la sua imperturbabile serenità. La prova è superata “a pieni voti”, se l’8 dicembre 1890 viene ammessa alla vestizione religiosa, ma non è un fuoco di paglia. Insieme all’abito le danno il nome nuovo di suor Maria Raffaella e da allora è colpa di quel nome, spiega a chi le rimprovera il troppo spendersi per gli altri e le chiede di risparmiarsi un po’, perché “il mio nome, come sta scritto nella Bibbia, è sinonimo di premuroso accompagnatore e di medicina di Dio; che brutta figura farei fare al mio protettore, San Raffaele, se non assistessi i malati con tanta cura!”. Alle suore della Misericordia, oltre ai tre voti tradizionali, viene chiesto il quarto voto “dell’ospitalità”, che le impegna a servizio dei malati e dei sofferenti. Il carisma specifico della Congregazione assume però in lei sfumature di straordinaria tenerezza e di materna dolcezza, sicuramente maturate nel primo tirocinio fatto in ambiente familiare. I malati se la contendono chiamandola “mamma”, tutti la conoscono come “angelo dei malati”; quando la eleggono superiora (prima a Frosinone poi ad Alatri) si rivela “madre, sorella, amica, consigliera, sempre pronta e disponibile, modello esemplare di ogni virtù”. La sua giornata inizia molto prima dell’alba, verso le 3,30, perché in lei il sonno è ridotto all’indispensabile; prosegue con ritmo serrato tutto il giorno e “nelle ore pomeridiane sostituisce le suore di turno per dar loro la possibilità di riposare”. Fare o rammendare le calze delle consorelle è il passatempo preferito di questa superiora instancabile, impegnata nel testimoniare che “l’ospedale non è solo il luogo, dove si soffre e muore, ma è anche l’ambiente dove si possono esercitare le più squisite virtù umane”. Alla soglia degli 80 anni cede il bastone “del comando” (che in lei è soprattutto stato la “stampella” del servizio), restando nella comunità di Alatri come semplice suora, sempre impegnata nei più umili servizi. Nel suo lento declino di donna ormai curva e claudicante un’ultima uscita pubblica nel 1944, per strappare al generale Kesserling il cambiamento del suo piano strategico di contrasto all’avanzata degli Alleati ed evitare così il già programmato bombardamento di Alatri. Non più soltanto “angelo” dei malati ma di tutta la città, si spegne il 23 giugno 1945 senza esaurire la sua scorta di misericordia, che ancora continua a spargere sotto forma di intercessioni, grazie alle quali suor Maria Raffaella Cimatti è stata proclamata beata il 12 maggio 1996.

Maria Raffaella Cimatti
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