Testimoni del Risorto
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Padre Giacomo Viale - 1

Testimoni del Risorto 12.10.2016

Viale Giacomo_01

Questo è dedicato a chi pensa che “l’altrove” sia sempre meglio del “qui e ora”; a chi sospira “se avessi avuto”, “se fossi andato”, “se avessi fatto”; a chi pensa che la perfezione risieda nelle circostanze esterne di tempo e di luogo piuttosto che nella volontà individuale di santificarsi e santificare, che popolarmente si può anche tradurre nel famoso “far di necessità virtù”. Avete presente il sentirsi nato per fare il religioso, il farsi frate per vivere in convento, il voler essere povero per non toccare denaro? Ebbene, niente di tutto questo ha potuto essere padre Giacomo Viale, eppure è certo che del contrario di ciò che sognava ha saputo fare un capolavoro, tanto che la Chiesa, sulla sua vita, ha messo il timbro della venerabilità, il che significa che può essere di modello a tutti. Serafino nasce nel 1830 ad Airole, entroterra di Imperia ad una dozzina di chilometri da Ventimiglia, in una famiglia dalla messa quotidiana, che ogni sera sgrana Ave Maria a lume di candela. È anche per questo che Dio in quella casa passa e chiama. E, soprattutto, che Serafino è capace di rispondere. È un bambino straordinariamente intelligente, Serafino, che non ha bisogno di studiare perché impara al volo la lezione e manda tutto a memoria senza fatica. A 17 anni papà lo accompagna a Genova, dove incontra uno zio, Frate Minore nel convento dell’Annunziata e lì si ferma, ricevendo il saio da novizio e il nuovo nome di fra Giacomo. È sacerdote il 17 dicembre 1852, cioè prima ancora che scocchino i suoi 23 anni, e il primo periodo del giovane prete è tutto avvolto dalla quiete discreta e silenziosa del convento, impregnato di cultura e dedito al ministero: sembra che nulla e nessuno potranno mai spezzare il felice connubio con la vita claustrale di quel giovane che si sta modellando ad essere, e tale già sembra, francescano fino al midollo, amante della povertà fino allo scrupolo, meticolosamente osservante della Regola di San Francesco. Tutto ciò fino al 4 febbraio 1863, quando si trova improvvisamente catapultato davanti alla fatiscente e degradata facciata della chiesa parrocchiale di Bordighera. Si tratta di una sorta di “prestito” dell’Ordine al vescovo di Ventimiglia che non sa più (trattandosi di territorio ligure possiamo proprio dirlo) che pesci prendere: sono anni, ormai, che i parroci di Bordighera, misteriosamente si “ammalano” e sono costretti a rinunciare al loro incarico. C’è chi “resiste” qualche anno, chi anche solo per pochi mesi, fatto sta che ben quattro parroci, e addirittura l’economo venuto a sostituire l’ultimo, hanno rinunciato all’incarico per “motivi di salute”, tanto che i concorsi per “parrocchia vacante” vanno regolarmente deserti. Prima di considerare Bordighera “caso disperato” e rassegnarsi ad abbandonare al suo destino quella popolazione “difficile”, il vescovo si fa “prestare” padre Giacomo, il miglior frate di quel convento, che arriva a Bordighera con funzioni di “economo”, quindi con un incarico provvisorio, giusto il tempo cioè che la gente si converta e non faccia più ammalare i suoi parroci e, si sottintende, che qualche prete si faccia venire il coraggio di partecipare ai futuri concorsi. A padre Giacomo non va meglio che agli altri, semplicemente resiste di più. Subito ribattezzato “u fratin”, cioè il fratino, non solo in riferimento alla sua corporatura, che non doveva essere imponente, ma anche ad un non so che misto a diffidenza e delusione, prende di petto una situazione incrostata da malintesi, pregiudizi e da una serpeggiante indifferenza religiosa. Per vincere la quale, pensa, la gente deve prima di tutto tornare ad innamorarsi della propria chiesa, trovare un ambiente decoroso e pulito, ristrutturato quanto basta perché sia piacevole il ritrovarvisi. In principio continua a risiedere nel suo convento di Ventimiglia, spostandosi a Bordighera solo nei fine settimana, giusto il tempo per confessare, celebrar messa e fare catechismo. E a fare il minimo indispensabile perché la chiesa parrocchiale, davvero fatiscente, sia almeno presentabile: la precarietà e la provvisorietà della sua nomina non gli consentono proprio di fare di più. Sembra, però, che alla gente basti già così: quel fratino, deciso ma gentile, sempre indaffarato seppur devotissimo, invariabilmente con la mano tesa ma incapace a trattenere per sé, comincia a piacere. Figurarsi quando “u fratin” comincia a “fare sul serio” e ad avviare lavori più impegnativi, a cominciare dal tetto pericolante giù giù fino alle pareti interne della chiesa, che son ridotte da far pietà.

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