Testimoni del Risorto
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Rolando Rivi - 01

Testimoni del Risorto 17.10.2018

17OTTOBRE (2)

Fa un certo effetto osservarlo in foto, vestito da “pretino” e con il cappello (“il saturno”) tanto largo che sembra cadergli sugli occhi da un momento all’altro. E fa sicuramente effetto pensare che questo martire-bambino è stato giustiziato a 14 anni dopo torture e violenze inenarrabili, in violazione di ogni regola della guerra partigiana,  sulla base, unicamente, dell’odio contro la sua testimonianza di fede. Entrambe le cose devono però essere lette con le lenti della storia, quando una divisa, compresa quella clericale, creava identità, e il clima, anche nei piccoli paesi, era intossicato da violenza e ritorsione che solitamente accompagnano ogni guerra civile. Per questo, seppur 73 anni dopo, la vicenda di Rolando Rivi continua a dividere e a far discutere; né a smorzare i toni è bastata la sua beatificazione, perché ancora c’è chi sostiene che questo ragazzo venga strumentalizzato per infangare la Resistenza, tanto che una scuola emiliana ha impedito ai suoi alunni di visitare la mostra che ne illustra il martirio. Rolando nasce il 7 gennaio 1931 a San Valentino, comune di Castellarano, nel reggiano, secondo dei tre figli di due giovani contadini. È  talmente pieno di vitalità, con un carattere entusiasta, scatenato durante i giochi, il più veloce nella corsa, ma anche il più assiduo alla preghiera, che secondo la nonna sicuramente  “diventerà un santo o un mascalzone”.  Da papà impara ad essere fedele alla messa quotidiana e ad appassionarsi al canto religioso, ma la vocazione sacerdotale gli nasce in cuore come “regalo di Cresima” e gli è ispirata dal suo vecchio parroco don Olinto Mazzucchi, un prete dalla semina profonda e un campione in umanità, estremamente attento ai bisogni della sua gente, così affascinato della sua vocazione da contagiare gli altri, tra cui, appunto, Rolando. A 11 anni entra così in seminario, a Marola, restandoci tuttavia poco, perché il 22 giugno 1944 l’edificio è accuratamente perquisito dai tedeschi in cerca di partigiani e che, giusto per non ripartire a mani vuote, si portano via tutti i vasi sacri della cattedrale di Reggio che, per precauzione e in vista di probabili bombardamenti, erano stati lì nascosti. La situazione è talmente tesa e pericolosa da consigliare la chiusura del seminario e il ritorno a casa di chierici e ragazzi. Rolando rientra in famiglia, ma secondo le indicazioni ricevute, collabora con il parroco e considera la parrocchia il suo punto di riferimento. Cerca di continuare a studiare per quanto può, aiutato dal parroco; gli serve messa, accompagna le funzioni con l’armonium e canta da buon corista. Il seminario non ha cambiato il ragazzino, sempre intelligente, dotato di un ascendente naturale e con una personalità trascinatrice: un vero leader, insomma, che sa organizzare le distrazioni, ma anche, condurre i suoi compagni in chiesa. È questo suo attivismo a non passare inosservato; come a nessuno sfugge la talare, che il ragazzino si ostina ad indossare, in un momento in cui il clima di paura che si respira sembrerebbe consigliare maggior prudenza. “Non faccio male a nessuno, non vedo perché dovrei togliermi la talare che è il segno della mia consacrazione a Gesù», risponde alla mamma che lo supplica di essere, almeno per strada, più discreto e “anonimo”.  Non lo intimorisce neppure il raid notturno contro il suo parroco, riempito di botte e lasciato mezzo morto, che il vescovo ritiene opportuno provvisoriamente sostituire con un pretino giovane giovane, appena ordinato.  Nel periodo in cui un semplice sospetto diventa un capo d’accusa e una calunnia può decretare la morte di qualcuno, comincia a circolar voce che Rolando sia un informatore dei fascisti, addirittura un cospiratore a danno dei partigiani, mentre emergerà indiscutibilmente che il vero obiettivo era la sua talare, indossata con troppa disinvoltura e, forse, con eccessivo orgoglio. Il 10 aprile 1945, dopo aver suonato e cantato alla messa del mattino, con i libri sottobraccio va secondo il suo solito nel vicino boschetto a studiare. Quel giorno però non torna a casa: troveranno il suo corpo, freddo e tumefatto, tre giorni dopo.

(1 continua)

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