Testimoni del Risorto
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Rosa Giovannetti

Testimoni del Risorto 15.03.2017

Calendario liturgico Giovannetti Rosa

Avremo anche un’orchestrale, un giorno, nella gloria degli altari? Difficile dirlo, certo è che fin da oggi tutti gli amanti della musica e del canto, ma anche gli sportivi, gli infermieri, i catechisti e i collaboratori parrocchiali hanno in Rosa Giovannetti un eccezionale modello cui guardare. Nasce nel 1896 nel quartiere Regola, figlia della “Roma-bene”, perché suo papà è avvocato particolare di Leone XIII. Nessuno scommetterebbe un soldo che possa sopravvivere quella bambina così gracile e minuta, tanto da decidere di battezzarla in casa a poche ore dalla nascita, ma lei smentisce ogni funerea previsione crescendo vispa e allegra. È appassionata di nuoto, le piacciono i tuffi e adora le gite in barca. Ha un particolare talento nel recitare poesie in romanesco, ma eccelle soprattutto in campo musicale e a 10 anni tiene con successo il suo primo concerto. Dopo le medie si iscrive al Conservatorio Santa Cecilia, diplomandosi nel 1918 in violoncello, e due anni dopo è assunta stabilmente nell’orchestra del Teatro Costanzi, ora più conosciuto come il Teatro dell’Opera, dove, tanto per intenderci, si sono esibiti la Callas, Domingo e Pavarotti e che ha annoverato direttori illustri, da Toscanini a Von Karajan, da Abbado a Riccardo Muti. Così brillante, ammirata ed applaudita, sono in pochi a sapere che la carriera nel mondo dello spettacolo è per Rosina il mezzo “per portare Gesù dove non c’è”. Nella discrezione più assoluta, lontana da ogni malcelata esibizione devozionista, vive il suo talento musicale come un dono di cui rendere conto. “Il violoncello, i concerti? … Fa’ o Signore, che io mi serva di questo tuo dono solamente per cantare le tue lodi e per farti lodare. Non a me gli onori, ma a Te, autore di ogni grazia”, scrive nelle sue note intime. Qualcuno, una volta, la sente anche sussurrare “Sia tutto per Gesù!” mentre viene applaudita al termine di una sua esibizione. Mette spesso le sue qualità artistiche gratuitamente a disposizione di iniziative religiose e benefiche e, durante la Prima guerra mondiale, anche di quelle organizzate per le famiglie dei soldati. Ha l’abitudine di specchiarsi nelle vite dei santi: se le porta sempre dietro e le legge ovunque, anche nelle pause dei concerti e forse sono proprio queste ad affinare la sua sensibilità ed a renderla sollecita verso le miserie dei poveri. Comincia a 16 anni, assistendo insieme a mamma i terremotati di Avezzano, poi praticamente non smette più. Fa parte delle Dame di Carità e inizia a prestar soccorso ai poveri del Testaccio, passando di casa in casa, con un’attenzione particolare a quelle in cui ci sono bambini e malati cronici. Il pellegrinaggio come crocerossina a Lourdes del 1923 le fa nascere il desiderio di specializzarsi come infermiera, per aiutar meglio i poveri. Dopo un corso biennale, eccola anche nell’ambulatorio dei poveri, a medicare, consigliare, consolare. Nel campionario di miserie umane dei frequentatori dell’ambulatorio, fatto di paralitici, handicappati, tubercolotici, cancerosi, tisici, le preferenze di Rosina vanno per i più sudici e piagati, quelli cioè che, potendo scegliere, ben volentieri si vorrebbe evitare, non fosse altro che per il “profumo” che da essi emana. “Fa’, o Signore, che io mi serva del dono di essere la tua piccola infermiera, non per gli onori degli uomini, ma per il solo fine di curare Gesù, visitarlo e consolarlo, per portare le anime a Gesù per mezzo della carità”: il segreto per far pregare così una ragazza non ancora trentenne non può che essere cercato nell’Eucaristia quotidiana. Infatti non la tralascia mai, neanche quando i concerti le fanno fare le ore piccole: la si trova sempre in chiesa, di buon mattino, poi passa al bar per una veloce colazione prima di andare a “cercar Gesù” nei tuguri dei poveri. E poiché il lavoro e l’intensa attività caritativa le lasciano ancora qualche scampolo di libertà lungo il giorno, eccola impegnata in parrocchia a dirigere gruppi, diffondere l’apostolato della preghiera, propagandare la devozione al Sacro Cuore con un entusiasmo ed una convinzione che incantano, tanto che c’è anche chi lascia bruciare il pranzo sul fuoco pur di starla ad ascoltare. A maggio 1928 cominciano ad apparire sul suo corpo strane bolle: le diagnosticano il pemfigo, una rara e dolorosa malattia della pelle che a poco a poco la trasforma in un’unica piaga. Sussurra: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi illuminata a conoscere che solo fare in tutto la Tua volontà è vera santità”. Muore il 30 gennaio 1929 e nel 1963 è stata aperta la causa per la sua beatificazione.

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