Testimoni del Risorto
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Suor Irene Stefani

Testimoni del Risorto 29.10.2014

Parole chiave: testimoni del risorto (15), gianpiero pettiti (15)
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Viene battezzata con i nomi di Aurelia Giacomina Mercede; in famiglia preferiscono chiamarla Mercede o, più semplicemente, Cede; vestendo l’abito religioso le danno il nome di Irene; arrivata in Africa la ribattezzano subito “Nyaatha”, la donna tutta misericordia, ed in quest’ultimo nome è condensata tutta la giovane vita di suor Irene Stefani, che il prossimo 23 maggio verrà proclamata beata proprio in Kenya, dove si è spesa senza misura, fino al dono della vita. Nasce ad Anfo (Brescia), in una numerosa famiglia, nel 1891. Desidera diventare missionaria già a 13 anni, ma in casa tutti fanno a gara per dissuaderla o perlomeno la pregano di attendere, anche perché la locanda di papà e i fratellini hanno troppo bisogno di lei. Un bisogno che, però, non diminuisce con gli anni, anzi aumenta con la morte di mamma, portata via da una brutta broncopolmonite. Lei si spende in casa senza risparmiarsi, ma intanto non permette che venga soffocato il desiderio della missione, in ciò aiutata dal suo parroco, che l’accompagna spiritualmente, le fa fare catechismo, la manda a trovare i poveri e i malati. E nel 1911, pochi mesi prima del compimento dei suoi vent’anni, la indirizza a Torino, nella neonata congregazione delle missionarie della Consolata, appena fondate dal beato Giuseppe Allamano dove l’anno successivo fa la vestizione religiosa. A fine 1914 riesce ad imbarcarsi in direzione Mombasa, dove la nave attracca il 30 gennaio 1915. “Tutto con Gesù, nulla da me. Tutta di Gesù, nulla di me. Tutto per Gesù, nulla per me”, aveva scritto suor Irene nel suo programma di vita; in terra di missione le viene chiesto di metterlo in pratica: nell’umiltà dei primi incarichi di fattoria, nelle difficoltà di imparare la lingua, nella disponibilità a prendersi in carico i ruderi di uomini ricoverati negli ospedali da campo, stremati dalla fatica disumana cui sono stati sottoposti nei cantieri di lavoro della guerra coloniale. Suor Irene, insieme ad una consorella, dopo un breve corso infermieristico, va in Tanzania, nell’ospedale militare di Kilwa Kivinje: qui deve lavare piaghe, curare ferite, ma soprattutto restituire dignità a poveri esseri umani sfiancati dal lavoro e dalle privazioni. Sembra ci riesca più con il sorriso che con le parole, secondo il suo stile, fatto di silenzio e carità umile. Non aveva forse scritto un giorno: “La missionaria è colei che ha cuore per amare, mani per aiutare, bocca per annunciare”? Finita la guerra ritorna in Kenya, a Ghekondi: lavora nella scuola, si prende cura dei malati, aiuta le mamme, consola gli anziani. Il processo di beatificazione ha fatto emergere la carità eroica di questa suora che non pone limiti alla sua azione missionaria, sempre in movimento da un villaggio all’altro, ovunque c’è bisogno di lei. Emergono anche conversioni clamorose, un’infinità di battesimi (parlano di 3-4mila) amministrati da lei, come frutto diretto della bontà e della delicatezza seminate a piene mani. Ed è proprio così facendo che si guadagna sul campo la promozione a “Nyaatha”, cioè donna tutta misericordia e dolcezza, perché i poveri capiscono fin troppo bene chi sta dalla loro parte. Per lei, però, cominciano anche i giorni dell’invidia e dell’incomprensione: in casa, con alcune consorelle che contestano la sua nomina a superiora; nella scuola, con la contestazione della sua attività di insegnante e la richiesta della sua estromissione da parte di alcune giovani studenti, fomentate da un maestro che le vorrebbe subentrare nell’incarico. È in questo clima di sofferta donazione che suor Irene il 14 settembre 1930 inizia a Nyeri un corso di esercizi spirituali, nel corso dei quali matura la decisione di offrire la sua “povera inutile vita” per il vescovo e per le missioni. Con fatica riesce ad ottenere il consenso della superiora il successivo 17 ottobre, proprio mentre a Gekondi infuria una terribile pestilenza. È assistendo con squisita carità e tenerezza quel maestro che aveva fomentato la rivolta delle giovani contro di lei, che anche suor Irene viene contagiata dalla peste. Il 26 ottobre è costretta a mettersi a letto con i brividi e muore il 31 ottobre con i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria sulle labbra. A portarla sugli altari un miracolo unico nel suo genere: l’acqua del fonte battesimale di una chiesa, in cui un gruppo di rifugiati mozambicani si era asserragliato, non si è esaurita ed ha continuato a sgorgare e dissetare per diversi giorni in modo miracoloso un centinaio di persone, fino a che tutti sono potuti tornare sani e salvi alle loro case.

Suor Irene Stefani
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