Testimoni del Risorto
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Titus Zeman - 1

Testimoni del Risorto 11.04.2018

Calendario liturgico Titus Zeman

Per salvare una sola vocazione sacerdotale è disposto a mettere in gioco anche la propria vita, per questo adesso, che è beato, lo considerano un po’ il protettore delle vocazioni, soprattutto di quelle a rischio di realizzazione. Nasce a inizio 1915 nei pressi di Bratislava (Slovacchia), in una famiglia così umile che non si sognerebbe mai di farlo studiare, proprio per mancanza di mezzi, anche se, a partire dai 10 anni, comincia con insistenza a chiedere di entrare in seminario perché vuole diventar prete. I genitori, profondamente religiosi, non penserebbero mai a contrastarne la vocazione, tanto più che si sentono un po’ obbligati per via della guarigione, definitiva ed inspiegabile, dai mille malanni che dalla nascita affliggono il bambino, che l’ha ottenuta chiedendola con insistenza alla Madonna, promettendole, una volta guarito, di dedicare tutta la sua vita al Signore nel sacerdozio. I loro sforzi per farlo desistere, quindi, sono dettati unicamente da problemi economici. Li spiegano nei dettagli al direttore della casa salesiana in cui il bambino vuole entrare, pregandolo di provare lui a fargli cambiare idea, ma anch’egli deve concludere che si tratta di una vocazione ben radicata, contro la quale non avrebbe senso combattere: scontata quindi l’ammissione tra i salesiani, dove inizia gli studi e il noviziato. È così che Titus Zeman arriva in Italia a completare i suoi studi teologici: alla Gregoriana di Roma prima, a Chieri poi, fino all’ordinazione a Torino il 23 giugno 1940, per l’imposizione delle mani del cardinal Fossati. Poi lo attendono gli oratori e le parrocchie di Bratislava, dove principalmente lavora tra i giovani come ha sempre sognato. Deve anche essere un bel cranio, visto che i superiori gli chiedono di proseguire gli studi universitari in chimica e scienze naturali per poter così insegnare nel liceo vescovile, diventandone in breve uno degli insegnanti più preparati e stimati, severo quanto basta per farsi ascoltare, paternamente vicino agli studenti, diventando per qualcuno il confidente e la guida. Peccato si “bruci” la carriera, facendosi licenziare in tronco con altri due colleghi, per il raid nella notte del 7 febbraio 1946, in cui riappende alle pareti della scuola i crocifissi che il nuovo preside aveva fatto staccare dopo la nazionalizzazione del liceo. Non resta però senza lavoro, dedicandosi anzi esclusivamente alla pastorale, soprattutto giovanile, in cui eccelle, e insegnando religione nelle scuole. La “notte dei barbari”, quella tra il 13 e il 14 aprile 1950 in cui il regime comunista scioglie tutti gli ordini e le congregazioni della Cecoslovacchia, facendo deportare nei campi di concentramento i religiosi e le religiose che si trovano nei conventi, lo sorprende impegnato in una parrocchia della diocesi e riesce così ad evitare l’imprigionamento. Si sussurra del suo coraggio e della sua temerarietà, la stessa che lo aveva portato durante la guerra a nascondere e prendersi cura di un ebreo, riuscendo in tal modo a salvarlo dalla deportazione; così un giovane confratello, don Ernest Macák, a luglio 1950 lo coinvolge nel suo progetto, pericoloso e spericolato, di far varcare il confine a novizi e chierici salesiani, per consentire loro di raggiungere la casa madre di Torino, dove sarà loro possibile continuare gli studi e la formazione e realizzare così la loro vocazione. Con l’aiuto di due guide esperte, don Tito riesce a portare a Valdocco un primo gruppo di novizi guadando il fiume Morava, valicando il confine con l’Austria e, attraverso Vipiteno e Verona, giungendo a Torino un paio di settimane dopo. Rientra clandestinamente in patria, organizzando a tempo di record una seconda spedizione di 28 persone. Si tratta di un viaggio reso più difficile dalle condizioni del tempo e dal fiume che è straripato in diversi punti e attraversando il quale don Tito ha uno svenimento. Poi è necessario valicare le Alpi a piedi e raggiungere in modo fortunoso Torino, dove il suo coraggio e la sua intraprendenza sono ammirati dai superiori, ma dove lo si mette anche in guardia dai pericoli che sta correndo. “Anche se perdessi la vita, non la considererei sprecata, sapendo che almeno uno di quelli che avevo aiutato è diventato sacerdote al posto mio”, risponde. Il tempo appena di riprendere le forze ed eccolo nuovamente di ritorno in patria, ovviamente senza dar troppo nell’occhio, perché, in attesa della primavera, vuole preparare una terza spedizione.

(1 - continua)

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