Testimoni del Risorto
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Uberto Mori

Testimoni del Risorto 03.09.2014

Parole chiave: testimoni del risorto (15), gianpiero pettiti (15)

È un cristiano a tutto tondo, che fa traballare l’evangelica similitudine del cammello nella cruna dell’ago. Perché, con lui, non è affatto vero che solo “la classe operaia va in paradiso”, e ciò sarà chiaro a tutti, soprattutto nel giorno non lontano della sua beatificazione. Uberto Mori nasce nel 1926, a Modena; suo padre è un ufficiale di artiglieria, promosso generale, che nel 1943, benché malato di tumore e con i mesi contati, il Comando della Repubblica di Salò richiama ugualmente in servizio. Uberto si offre di sostituirlo, anche se non ancora in età di leva. Lo scambio viene accettato e si rivela provvidenziale per 107 ragazzi ebrei concentrati a Nonantola, che il tenentino riesce a nascondere in seminario e in case private poco prima dell’arrivo dei tedeschi, salvandoli così dalla deportazione. Con la morte di papà, avvenuta nell’agosto 1944, Uberto si ritiene sciolto da ogni obbligo militare, ma adesso sono i partigiani a considerarlo un nemico e solo per puro miracolo si salva, in un agguato, da un’esecuzione sommaria. Dopo la guerra riprende gli studi e inizia a fare lo “studente-lavoratore”: frequenta l’università di Bologna, mentre lavora in uno stabilimento di ceramica a Formigine, prima per mantenere mamma e sorella, poi dal 1952 la famiglia che ha formato con Gilda Cavedoni. Nascono tre figli, l’ultima delle quali viene portata via ad appena 13 mesi dal “morbo blu”. Uberto, intanto, si fa strada nel settore della ceramica: laureandosi nel 1959, diventa subito assistente e poi docente nella stessa università, dove apprezzano la sua intelligenza viva e la sua competenza in materia di progettazione dei forni. Il suo spirito imprenditoriale lo aiuta a fondare una società, che cerca di cogliere la sfida del momento e offrire risposta all’industria ceramica, che sta chiedendo un nuovo tipo di cottura, per aumentare la produttività e abbattere i costi. Uberto vola negli Stati Uniti e acquista il brevetto per l’utilizzo dei forni che la Nasa impiega per cuocere gli isolanti delle navette spaziali, inventando così il sistema della “monocottura”, che riduce a meno di sessanta minuti il processo che prima durava ore se non addirittura giorni. Il successo imprenditoriale e le soddisfazioni professionali si accompagnano ad un sempre più intenso cammino spirituale, che lo porta ad essere convinto che “l’unico nostro scopo deve essere la gloria del Signore in qualsiasi condizione ci troviamo. Se a lui è piaciuto metterci in mezzo al mondo a lavorare attorno a dei forni, sia fatta la sua Volontà”. Iscritto al Terz’Ordine Francescano, cresce in lui una tenerissima devozione mariana, si immerge nello studio amoroso della Parola di Dio, lasciandosi da essa modellare ed ispirare nelle sue scelte quotidiane. Tutti oggi parlano dell’armonia tra spiritualità e professionalità che in lui si è creata, al punto che per il figlio non c’è diversità tra “il suo studiare gli scritti del matematico slavo Korac sui consumi dei forni, rispetto al suo studio degli Atti del Concilio Vaticano II. L’interesse, non certo l’importanza, era umanamente lo stesso”. Da cristiano pratico, pienamente inserito nel sociale e grazie alle possibilità economiche che la professione gli garantisce, sostiene l’Avo per l’assistenza ospedaliera, fa costruire un pensionato per i terziari francescani, avvia numerose opere missionarie, destinando ad esse la quota di eredità che sarebbe spettata alla sua bimba morta. Suo padre spirituale è padre Raffaele Spallanzani, un giovane cappuccino semiparalizzato che gli insegna a trasformare tutto in amore e per il quale pure è iniziata la causa di beatificazione. Al santuario di Puianello nascono così l’Ora di Guardia, le Marce penitenziali, la pratica dei primi sabati del mese. Alla fine arriva anche Antenna1, un’emittente televisiva che gli consente di evangelizzare via etere. Proprio durante la conduzione di uno dei programmi televisivi, il 7 aprile 1987 Uberto viene colpito da infarto. Ne esce così menomato da dover vivere in un regime di semiclausura, durante la quale conserva un’invidiabile serenità, sostenuta dal rosario e illuminata dal vangelo: “io posso vedere il sole anche quando sta piovendo”, aveva scritto in tempi non sospetti e la malattia glielo sta facendo sperimentare. Muore il 6 settembre 1989, durante un intervento a cuore aperto, lasciando scritto ai suoi: “Continuate così, cercando una cosa sola: di capire l’amore di Dio e di aumentarlo sempre in voi. È l’unica cosa che conti”. Come aveva cercato di fare lui.

Uberto Mori
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