Marty Supreme

Marty Supreme

di Josh Safdie; con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler the Creator, Abel Ferrara, 2025, USA, durata 149 minuti.

New York, primi anni ’50, Marty Mauser è commesso in un negozio di scarpe ma la sua grande passione è il ping-pong e sogna di diventare un campione. L’ambizione sfrenata e la sicurezza in sé stesso ne innervano il talento, e Marty che non si pone ostacoli nel raggiungere i suoi obiettivi, vuole arrivare in cima alla scala, non importa cosa e quanto sarà necessario, perché per Marty non c’è un piano B.

Scritto (con la collaborazione di Ronald Bronstein) e diretto da Josh Safdie (nel frattempo separatosi anche piuttosto burrascosamente dal fratello Benny con cui aveva realizzato in precedenza “Good time” e “Diamanti grezzi”), “Marty Supreme” racconta le rocambolesche vicende del campione di tennis da tavolo Marty Reisman, ma Safdie con grande senso del ritmo e dello spettacolo non costruisce un biopic in senso classico, piuttosto qualcosa di più ricco e profondo perché attraverso l’adrenalinico protagonista (un Timothée Chalamet a dir poco superlativo) il talentuoso regista newyorkese ci trascina in un’immersione nel sogno americano, con il folgorante ritratto di un uomo e di un’età (gli Stati Uniti degli anni ’50 e ’60) e il desiderio di rivincita e di affermazione suo e di un’intera generazione.

Leggendario campione in grado di conquistare nella sua lunga carriera oltre 20 titoli (l’ultimo campionato nazionale statunitense di tennis tavolo lo vinse nel 1997, all’età di 67 anni) Reisman non era semplicemente un atleta, era “un personaggio”: parlantina sciolta, abiti sgargianti e un grande amore per le scommesse e per le donne. La sua tecnica di gioco, lo stile “hardbat” con la racchetta rigorosamente senza spugna, era speciale, perché Marty era un giocatore speciale, ed il film di Safdie non poteva che essere speciale anch’esso, ipercinetico, densissimo e in grado di sprizzare energia da ogni inquadratura.

Un romanzo di formazione per immagini dove tutto, o quasi, è al suo posto (nei fatti il personaggio della Paltrow si perde tra le righe), dalla scenografia di Jack Fisk alla fotografia di Darius Khondji, il film scorre, travolge e conquista. Con nove candidature ai premi Oscar per la giuria sarà difficile ignorarlo.