Difficile svoltare nell’Unione Europea

Cosa significa il blocco della Corte costituzionale tedesca al voto del Parlamento sul Recovery fund

Si fa presto a parlare di svolta, e di svolta storica, nell’Unione Europea dopo la coraggiosa decisione del 21 luglio 2020 del Recovery fund, dotato di 750 miliardi di euro grazie alla creazione di un debito comune europeo. Bisognerebbe almeno cautelarsi aggiungendo che la svolta va completata e anche presto.
Non è il caso ad oggi. Il Recovery fund per essere attivato deve ottenere le previste ratifiche parlamentari nell’UE (una quarantina, aggiungendo a quelle nazionali anche quelle regionali), un percorso non privo di imprevisti, come racconta la storia di un’Unione Europea ancora frammentata tra mille poteri nazionali e sub-nazionali che l’hanno tenuta spesso in ostaggio.
Per la verità l’UE aveva già vissuto questa esperienza nei giorni che avevano preceduto la decisione del 21 luglio scorso, quando i Paesi “frugali” prima e, subito dopo, Polonia e Ungheria ne avevano ostacolato l’adozione tra rallentamenti e ricatti.
Purtroppo, non è finita e la frenata si è di nuovo manifestata, questa volta in Germania, dopo che il Parlamento aveva approvato quella decisione. Mancava solo la firma del Presidente della Repubblica, ma a bloccarla ci ha pensato la Corte di Karlsruhe, simile alla nostra Corte costituzionale, a seguito di un ricorso presentato da forze della destra tedesca, contraria a consentire questa nuova forma di solidarietà europea.
Non dovrebbe tardare la sentenza della Corte e molte sono le probabilità che il ricorso venga respinto, come altre volte è già avvenuto in passato, ma la lezione resta. Ed è duplice: da una parte ci ricorda quanto sia ancora difficile passare dalla decisione all’azione nell’UE, anche in caso di emergenza come nella pandemia, cui è necessario rispondere insieme e con urgenza.
Anche più inquietante la seconda lezione che registra possibili conflitti di potere nell’UE, tra la legittima autorità europea, rappresentata per la Germania a Bruxelles dalla “potente” Angela Merkel, e una giurisdizione nazionale in grado di bloccare la decisione del proprio Parlamento.
Potrebbe non trattarsi solo di un incidente momentaneo, spiacevole per i ritardi che causa, ma di una falla nella costruzione, europea e nazionale, che rende incerto il processo decisionale e una chiara attribuzione di responsabilità ai vari livelli, con grave pregiudizio per un esercizio ordinato delle nostre democrazie, in attesa di poter parlare di una “democrazia europea tra le nazioni” in grado di fondare un’Unione politica, quale l’UE attuale è ancora lungi da essere.
Se poi a questo “incidente” si accompagna il particolare momento politico che vive la Germania, alla vigilia di un cambio di guardia alla Cancelleria di Berlino, allora l’allarme non sembra ingiustificato, vista la possibilità di un arretramento tedesco rispetto al passo in avanti compiuto con il Recovery fund.
Senza dimenticare che il pronunciamento, preteso “superiore”, della Corte tedesca rispetto alla legittima decisione dell’Unione potrebbe dare delle brutte idee a Polonia e Ungheria che, dopo aver ridotto l’autonomia delle rispettive giurisdizioni rispetto al potere esecutivo, sarebbero facilmente tentate di gestire in proprio i controlli e non sottomettersi alle eventuali sentenze della Corte europea di Giustizia, cui sarebbe auspicabile sottomettersi tutti insieme, tedeschi, polacchi, ungheresi e tutti gli altri.
Se lo vorrà, e lo potrà, molto avrà da fare la Conferenza sul futuro dell’Europa che partirà il prossimo 9 maggio: all’ordine del giorno non c’è niente di meno che il futuro dell’Unione Europa, oggi minacciata da fuori, ma forse ancor più da dentro.

Franco Chittolina