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“In Africa ho cantato e ballato la gioia dei battesimi”

Padre Luigi Aimetta, per cinquant’anni missionario della Sma

“Ho vissuto la Chiesa che non c’è. Ho viaggiato per mare e per cielo, per strade impossibili nel cuore della foresta, lungo le piste polverose della Savana, sotto il sole infuocato e sotto piogge torrenziali. Ho scoperto la Chiesa, comunità in cammino, l’entusiasmo per l’obiettivo raggiunto con fatiche, scoraggiamento, stupore... Ho incontrato gente di culture, religioni e lingue diverse e insieme a loro ho passato serate intere a parlarci, ascoltarci, condividere e pregare. Ho vissuto una Chiesa di comunione. Stavo bene con i bambini e li volevo protagonisti in Chiesa. Ho predicato la Parola di Dio, che trasforma, guarisce ed unisce. Ho passato tempo a radunare assemblee oceaniche con lo stadio come cattedrale. Ho cantato e ballato la gioia dei battesimi, laggiù in Africa eravamo chiamati a conoscere molte comunità fin dal loro nascere. E magari in un villaggio venivano a chiederti, a fine messa, se si poteva raggiungerli lì vicino (anche se per loro “vicino” significava 30 km”). Per trovare cosa? Un villaggio ed una Chiesa da aiutare a diventare responsabile di se stessa”.

Chi scrive queste parole affidate ai video di youtube è padre Luigi Aimetta, originario di Genola, 75 anni a novembre, missionario della Società Missioni Africane (Sma). Operante fin dal 1966, in Costa d’Avorio, ha intervallato questo tempo con alcuni rientri in Italia, e infine negli ultimi cinque anni è stato a Guadalupe, nell’America centrale. Rientrato definitivamente a Fossano, presta attualmente servizio in Cattedrale, dove confessa, “ascolta” e prega la Parola di Dio. Lo abbiamo intervistato in occasione del mese di ottobre dedicato alle missioni, chiedendogli impressioni personali delle sue precedenti attività.

Perché definisce quella che ha incontrato in missione “la Chiesa che non c’è”? 

Perché quando tu arrivi e dici “ma guarda che bella comunità che c’è”, il giorno dopo vedi che devi ricominciare da capo. Dovevo sempre ripartire. La Chiesa stessa per natura è così. Adesso sono qui, però sogno la Chiesa di domani a Fossano. Una Chiesa che richiede sempre di camminare per essere raggiunta. Non si può continuare, anche nel contesto italiano, come se niente dovesse cambiare, aggrappandoci però alla realtà che c’è. 

Ha scelto di essere missionario e non prete diocesano, perché? 

Avevo bisogno di spazi; avevo l’impressione di soffocare in questo ambiente, anche perché in quel momento già c’erano molte vocazioni. Ero favorito dal fatto che mio fratello più vecchio era già entrato nella Sma.

Qual è il carisma specifico? 

È l’evangelizzazione. Attualmente è mettersi a servizio della Chiesa locale, aiutando a far nascere e crescere una comunità. Però all’inizio bisognava fondarle, perché non c’erano. Quindi uno dei compiti principali era quello di avere dei preti locali, per poi lasciare il posto a loro, andandocene via da un’altra parte. Perciò in missione ci mettiamo a servizio di una Diocesi, e finché ne hanno bisogno diamo una mano, poi andiamo altrove. 

Evangelizzazione o (anche) promozione sociale?

A San Pedro, una città con 60 tipi di etnie diverse (secondo grande porto della Costa d’Avorio) ho lanciato delle fraternità (gruppi sparsi nei vari quartieri). Da altri preti mi è stato però chiesto subito: “ma il sociale?”. E io ho risposto che, se io affino la sensibilità e relazione interiore tra ciascuno e il vangelo, il sociale dovrà uscire da solo. Devono essere loro stessi a capire dove sono i problemi per risolverli, e non io missionario ad indicarglieli. Ho per esempio lottato per stroncare l’importanza dei soldi. Mi è capitato che, alla fine di un incontro in una baraccopoli, tutti abbiano messo spontaneamente delle monetine sul tavolo, perché avevano deciso di aiutare una famiglia numerosa il cui papà aveva perso il lavoro. Ed ecco che il sociale ha incominciato ad uscire, senza che io dovessi intervenire. Inoltre è molto importante avere un lavoro di squadra, di equipe.

Intervista completa su La Fedeltà in edicola il 31 ottobre