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I tempi della preghiera non sono quelli della politica

Il declassamento dei media nazionali e la mancata mobilitazione dei cristiani locali. Come afferma qualche esperto conoscitore della realtà mediorientale, se il negoziato politico è fallito, lo si deve proprio al fatto che "non c'è l'humus giusto nel territorio nel quale possa attecchire la speranza che scaturisce da gesti come questi tra Peres, Abbas e Papa Francesco"

Mentre le tv e i giornali internazionali davano ampio risalto allo storico incontro fra i presidenti di Israele e Palestina, Shimon Peres e Mahmoud Abbas, nei giardini vaticani domenica 8 giugno, con Papa Francesco, per invocare la pace in Terra Santa, i maggiori giornali e canali televisivi israeliani, come anche diversi media palestinesi, non gli hanno dedicato particolare attenzione, declassandolo di fatto ad evento secondario. Con qualche eccezione sulle edizioni in lingua inglese della stampa israeliana laddove quelle in ebraico hanno dedicato foto accompagnate da brevi notizie. Solo Israel Ha Yom, giornale filogovernativo, ha dedicato un titolo importante per corredare un ampio servizio del suo inviato a Roma: “Shalom, Pace (in italiano), Salam” usando così le tre lingue della riunione a Santa Marta. Più interessante per l’opinione pubblica e spendibile, forse, sotto l’aspetto mediatico, il freddo silenzio con cui il premier Benjamin Netanyahu ha commentato la presenza in Vaticano del suo ormai ex presidente, Peres – martedì il Parlamento israeliano ha scelto il successore, Reuven Rivlin, del partito Likud - o l’accordo politico tra Hamas e Fatah nei Territori palestinesi. 
Tutto questo scetticismo mediatico induce a una riflessione: il negoziato politico è fallito non solo perché i politici delle due parti sono chiusi, ma perché, come qualche esperto conoscitore della realtà mediorientale ha detto, “non c’è l’humus giusto nel territorio nel quale possa attecchire la speranza che scaturisce da gesti come questi tra Peres, Abbas e Papa Francesco”. Esemplare a riguardo il titolo che il quotidiano israeliano “Haaretz”, nella sua versione on line, ha dedicato, il 9 giugno, all’incontro: “An empty prayer for peace at the Vatican”, ovvero “Una vuota preghiera di pace in Vaticano”. “L’uomo di preghiera, Papa Francesco – si legge nell’articolo - ha poco in comune con due duri pragmatisti come Abu Mazen e Shimon Peres. Due uomini che hanno costruito Stati ma che hanno scarsa familiarità con le sue preghiere. Peres tornerà in Israele nel suo nuovo ufficio a Tel Aviv dove proverà a rimettere in piedi i ranghi dispersi dei fautori israeliani della pace; mentre Abu Mazen rientrerà a Ramallah per impegnarsi nel precario tentativo di tenere in piedi la riconciliazione con gli islamico-radicali di Hamas”. 
Se è stata “una vuota preghiera” lo si vedrà, ed è comunque presto per dirlo. I tempi della preghiera non sono quelli della politica. La preghiera, ha detto il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, mentre illustrava ai giornalisti l’invocazione, “ha altri respiri, serve a far alzare lo sguardo e a sensibilizzare l’opinione pubblica”. Papa Francesco ha voluto, con un gesto inedito, far pregare insieme due contendenti, con momenti distinti e medesimi spazi. Le questioni politiche sul terreno sono rimaste invariate, i conflitti aperti, forse anche più di prima. In fondo, si dirà, che di strette di mano tra i leader dei due popoli se ne sono viste tante, come quella tra Rabin e Arafat, avvenuta in un altro giardino, quello delle Rose nella Casa Bianca, nel 1993, sugli Accordi di Oslo. Erano altri tempi, e a guidare gli Usa c’era Bill Clinton. Ma né lui né gli altri presidenti americani sono riusciti a trovare il bandolo della matassa dell’ingarbugliata crisi israelo-palestinese. “Vuoi che ci riesca, adesso - il commento degli eterni scettici - il capo di quel piccolo staterello che è il Vaticano, con una invocazione di pace nei giardini della sua casa?”. 
Domenica 8 giugno “il mondo si è fermato per un po’, la Terra Santa ancora no”. Purtroppo, a quanto pare, anche i cristiani locali che pure erano stati sollecitati dagli ordinari cattolici di Terra Santa a promuovere iniziative di accompagnamento spirituale all’evento in Vaticano, non si sono mobilitati. Dai report di questi giorni non si hanno notizie a tale riguardo. Ma speriamo di essere smentiti quanto prima. La preghiera, capace di affratellare fedi e popolazioni, può anche essere ignorata ma ha un valore per chi la pratica. “La preghiera può tutto. Utilizziamola per portare pace al Medio Oriente e al mondo intero” recitava un tweet di Papa Francesco del 7 giugno. Oggi non è scoppiata la pace ma forse si è riacceso un sogno e si è riaperta una strada tracciata all’ombra del Cupolone, nel Giorno di Pentecoste.

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