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Don Alessandro Dordi

Testimoni del Risorto 26.08.15

Sotto la ruvida scorza del montanaro c’è un uomo dallo stile sbrigativo e senza fronzoli, generoso e disponibile, che non ha paura di “lavorare con le mani” e che ogni giorno si sforza di “credere al Signore che ci manda non per raccogliere, ma per essere suoi testimoni”. Nasce nel 1931 a Gandellino (Bergamo) e prima ancora di essere prete chiede di entrare nella “Comunità Missionaria del Paradiso”, che prepara i preti per le diocesi che ne sono carenti. Così, subito dopo l’ordinazione, nel 1954 è spedito nel Polesine, che sta faticosamente riemergendo dall’alluvione del 1951 e per questo ha bisogno di riscatto e speranza. Vi resta fino al 1965, quando lo mandano a lavorare tra gli emigrati italiani in Svizzera. Qui resta fino al 1979, facendo anche il prete operaio in una fabbrica di orologi a Le Locle; poi la scelta della missione “ad gentes”: prima strizza l’occhio al Burundi, infine gli preferisce il Perù, che gli sembra il più bisognoso di aiuto. Vi arriva, “con un biglietto aereo di sola andata”, nel 1980, assegnato alla parrocchia del Señor Crucificado a Santa, diocesi di Chimbote: un vasto territorio, poverissimo e sottosviluppato, in cui lui è chiamato a portare pane e Vangelo. Dovendo “decidere quel poco che si può fare per non seminare al vento…”, subito dà priorità alla pastorale familiare e alla preparazione ai sacramenti. Crea un Centro per la promozione della donna e anche un’associazione per le madri, fornendo loro gli strumenti per piccoli lavori di taglio e cucito, organizzando anche corsi di pronto soccorso, igiene e salute. Le cappelline e le case parrocchiali costruite in tutta la valle del fiume Santa sono un modo per far sentire Dio vicino alla gente. Pienamente convinto che “il missionario non è un conquistatore, ma un servitore ed un amico”, si sforza in tutti i modi di non “presentarsi con una stupida superiorità che impedisce di mettersi accanto agli altri come uguale e come servitore”. Talmente “uguale”, ricordano i confratelli, che “indossava le abarcas o ojotas, sandali fatti con i copertoni delle macchine e cinghie di gomma perché voleva usare le stesse calzature della gente comune”. È sobrio anche nel mangiare e nel vestire, fino a non voler comprare la pompa per l’acqua ed a non avere in casa né doccia né acqua corrente. La sua pastorale incentrata sulla famiglia e sul ruolo della donna è, secondo lui, il miglior antidoto contro le intemperanze di movimenti guerriglieri come Sendero Luminoso, che accusano i missionari stranieri di essere servi dell’imperialismo perché distribuiscono gli aiuti ricevuti dalla Caritas e perché proclamano la giustizia e la verità del Vangelo. Lo capiscono perfettamente anche i guerriglieri, che poco dopo il suo arrivo già sentenziano: “Quello lì o se ne va o lo ammazziamo”. Pur sentendo il loro fiato sul collo, non modifica di una virgola la severità dei suoi giudizi sugli abusi e sui loschi affari dei guerriglieri, che gestiscono traffici di prostituzione e giri di droga, tanto che quando in città compare la scritta “straniero, il Perù sarà la tua tomba”, capisce subito che è indirizzata a lui. “Adesso torno laggiù e mi uccideranno”, dice ai suoi, salutandoli dopo un breve periodo di vacanza in Italia. “La prossima volta non sbaglieremo mira”, gli fanno sapere nei primi mesi del 1991, quando per miracolo sfugge ad un attentato, mentre la macchina su cui viaggia insieme al vescovo viene ridotta ad un colabrodo. I confratelli gli consigliano di tornare in Italia, per aspettare che si calmino le acque e, anche, per curare i suoi polmoni malati, ma pensando ai suoi parrocchiani dice subito: “Se li abbandono anch’io, non hanno proprio più nessuno”. Il 9 agosto 1991 i guerriglieri uccidono due frati polacchi (di cui abbiamo parlato in questa rubrica un paio di mesi fa) a Pariacoto, accusati di “ingannare il popolo con le bibbie e i rosari”. Scrive: “La situazione del Perù è angosciosa. Ogni giorno ci chiediamo: a chi toccherà oggi?”. La risposta non si fa attendere a lungo: il 25 agosto i guerriglieri gli tendono un’imboscata mentre ritorna da una celebrazione in un villaggio e si sta dirigendo verso un altro per l’ultima messa della giornata. Risparmiano i due catechisti, mentre a lui sparano alla testa e al cuore. “È un martire della fede”, ha sentenziato la Chiesa, dopo un’accurata indagine, lo scorso 3 febbraio. Don Alessandro (per tutti Sandro) Dordi verrà beatificato a Chimbote il 5 dicembre prossimo: sarà il primo sacerdote diocesano “fidei donum” (cioè “prestato” ad un’altra Chiesa) ad essere beato.

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