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E adesso, Europa, che fai?

Sono passati pochi giorni dalla clamorosa vittoria di Donald Trump alla Presidenza USA e dopo i fuochi d’artificio, prima della pessima campagna elettorale e poi dell’inevitabile rito dei complimenti e degli auguri da parte di amici ed avversari, vengono adesso le cose serie, in particolare per l’Europa.

Sono passati pochi giorni dalla clamorosa vittoria di Donald Trump alla Presidenza USA e dopo i fuochi d’artificio, prima della pessima campagna elettorale e poi dell’inevitabile rito dei complimenti e degli auguri da parte di amici ed avversari, vengono adesso le cose serie, in particolare per l’Europa.

Qualcuno già pronostica che per il nazional-populismo nostrano in grande spolvero possa valere la regola del “non c’è due senza tre”: dopo i successi sulle due sponde dell’Atlantico, prima di Brexit e adesso di Trump, potrebbe rovesciarsi ora uno tsunami sul continente europeo.

Il pensiero va a importanti consultazioni elettorali dei prossimi dodici mesi, quando saranno chiamati alle urne a inizio dicembre gli elettori italiani per il referendum costituzionale e quelli austriaci per la ripetizione del ballottaggio presidenziale, gli elettori olandesi e francesi in primavera per elezioni politiche e presidenziali e, in autunno, quelli tedeschi per le elezioni federali e la Cancelleria.

Sarà bene che almeno stavolta all’Europa servano le lezioni del recente passato per non farsi prendere alla sprovvista, ingannata dai sondaggi e sorda all’inquietudine e alle paure dei suoi cittadini.

Innanzitutto non bisognerà illudersi che il 2017 sia per l’Italia e l’Unione Europea una passeggiata.

Il nostro Paese è da tempo alle prese con una crisi sociale ed economica che non finisce di finire, come confermano le recenti previsioni della Commissione su una crescita debole, un deficit strutturale in aumento, un debito pubblico che non accenna a ridursi e una disoccupazione sostanzialmente congelata. Questo è  lo scenario sociale ed economico che farà da sfondo al voto del 4 dicembre e a non improbabili elezioni politiche nei mesi a venire.

Non sarà molto più allegra la situazione, a primavera, in Olanda e Francia, due Paesi fondatori dell’UE dai quali potrebbero venire forti ripensamenti per la prosecuzione del processo di integrazione europea. In Olanda il nazional-populismo aveva portato nel 2014 al Parlamento europeo oltre il 34% di euroscettici. La Francia in questi ultimi mesi vede crescere il consenso per la destra ultra-conservatrice, nazionalista ed eurofobica, di Marine Le Pen che, al primo turno delle presidenziali di maggio potrebbe arrivare in testa nel voto e presentarsi al ballottaggio non del tutto priva di speranze, in fase com’è con la svolta americana.

Meno allarmanti, ad oggi, le prospettive elettorali in Germania, dove si mantiene un quadro politico più stabile, nonostante avanzino movimenti euroscettici, anche qui a dominante nazionalista, che alimentano brutti ricordi di un passato che la Germania continua a scontare, nonostante la solidità della sua vita democratica, favorita anche da un’economia rassicurante, ma anche minacciata da consistenti ondate di protesta.

Dopo l’elezione di Trump c’è da chiedersi se l’UE possa ancora aspettare l’esito delle elezioni tedesche per prendere iniziative che ormai s’impongono con urgenza, tanto sugli sviluppi del commercio internazionale minacciato da riflessi protezionisti che sulle scelte di politica estera e di sicurezza esposte alle fibrillazioni che potrebbero manifestarsi in seno alla NATO, senza dimenticare l’annunciata marcia indietro degli USA sulle politiche di salvaguardia ambientale e il contrasto ai flussi migratori.

Ce n’è a sufficienza per pronosticare un 2017 di grandi cambiamenti, di cui oggi è prematuro anticipare gli esiti. La sola cosa sicura è che nulla sembra più sicuro in questo mondo sempre più turbolento.