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Stanislawa Leszczynska – 1

Testimoni del Risorto 16.11.2016

Far nascere i bambini è il suo mestiere, anzi dicono sia una levatrice molto pratica oltreché umanissima, tanto che le partorienti di Lodz vogliono solo lei, come anche quelle delle campagne circostanti e pure quelle dei paesi vicini. Raccontano che, una volta, non riuscì a dormire per tre giorni di fila per correre da una casa all’altra. Sposata e madre di quattro figli, la sua casa è notoriamente aperta a tutti, perché chiunque, nel momento del bisogno, sa di poter trovare l’aiuto necessario. Anche Bronislaw, il marito, è un brav’uomo: tipografo di mestiere, ha un cuore grande come quello di sua moglie e si fa in quattro pur di far piacere a qualcuno. Il gran via vai di bisognosi che si registra alla loro porta, dopo il 1° settembre 1939 ha una connotazione ben precisa: sono ebrei a rischio deportazione, in conseguenza dell’invasione della Polonia da parte di Hitler. In questa casa ospitale sanno di poter trovare, oltre a cibo e indumenti, anche nuovi documenti per espatriare, perché il bravo tipografo si è specializzato nella loro contraffazione. Se la Gestapo, subodorando l’illecito, non vi avesse fatto irruzione nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 1943, stroncando così l’attività clandestina di questa famiglia generosa e spericolata, chissà quante altre persone si sarebbero potute mettere in salvo! I militari, tuttavia riescono a mettere le mani solo sulla levatrice e su tre figli, perché il maggiore riesce a fuggire dalla finestra insieme al papà, che tuttavia sarà ucciso nei giorni dell’insurrezione di Varsavia. Mentre i due figli maschi sono internati a Mauthausen, per la levatrice e la figlia Silwia si aprono le porte del campo di Auschwitz: non le separano e tornano invece utili per le donne internate, perché la madre riesce a conservare, per tirarlo fuori al momento opportuno, il suo diploma di ostetrica e della figlia, che ha iniziato gli studi di medicina all’università, si possono già sfruttare le conoscenze mediche che ha acquisito. Il momento buono arriva a maggio 1943, e precisamente il giorno in cui si ammala Sister Klara, che del campo è “ostetrica ufficiale”. Occorre subito chiarire, per evitare spiacevoli malintesi, che questa, più che levatrice, è l’infanticida ufficiale del campo e a nessuno certamente sfugge l’evidente contrasto tra le due mansioni. Bisogna sapere che Klara stava scontando in carcere una pena detentiva per infanticidio e ottiene, insieme alla libertà, l’incarico ufficiale di continuare tale illecita attività nel campo di sterminio. Le disposizioni, cui Klara senza troppa fatica si adegua, sono semplici ed essenziali: insieme alla prostituta Pfani è chiamata ad assistere le donne nel momento del parto e immediatamente dopo a sopprimere il neonato. Secondo un rituale che non smentisce la crudeltà nazista, i piccoli vengono quasi subito strappati alla madre e affogati uno ad uno in un barile colmo d’acqua e i loro corpicini finiscono in pasto ai topi, che anche in quel campo pullulano. A questa macabra fine sfuggono soltanto due categorie di neonati: quelli che presentano occhi azzurri e tratti somatici tali da poter essere assegnati in adozione a coppie tedesche senza figli e per i quali si aprono le porte di brefotrofi di Naklo, dove i genitori adottivi potranno effettuare la loro scelta; e i figli di ebrei, per i quali si dispone in modo categorico che non venga nemmeno loro tagliato il cordone ombelicale e siano immediatamente gettati nella fossa delle feci. Le due “sorelle” sono particolarmente ligie a queste disposizioni e si dedicano all’affogamento di un numero imprecisato di neonati con tale sadismo e perfidia da immaginare che ne ricavino una sorta di macabro piacere, direttamente proporzionale alla durata del gorgoglìo di quelle povere vite, gettate a capofitto nell’acqua del barile. Tutto questo fino a maggio 1943, quando la malattia ferma Klara, costringendola ad una lunga assenza, permettendo così alla levatrice di Lodz, quella vera, che le partorienti si contendevano perché esperta e dolcissima, di scendere in campo. Le disposizioni ufficiali vengono impartite anche a lei, con l’ordine di soppressione dei neonati, secondo l’ormai nota “tradizione” di Auschwitz, alle quali con tono tagliente e perentorio Stanislawa Leszczynska risponde che “i bambini non si uccidono”. La sua dotazione, al momento dell’assunzione dell’incarico, consiste in un paio di forbici, un barattolo di medicinali e qualche benda, nulla più.
(1 - continua)