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Il sogno di don Mario Picco

Riflessioni dopo la veglia di preghiera di venerdì scorso in Cattedrale

Nel cuore della veglia di preghiera per la prossima ordinazione vescovile di don Derio, per me – e penso per tanti che, come me, l’hanno conosciuto ed amato come prete, padre, pastore – c’era, vivo più che mai, lo spirito di don Mario Picco.

Mai come in questo tempo, dall’annuncio della sua nomina a vescovo di Pinerolo, alla serata di venerdì, è apparso chiaro quanto don Derio abbia assimilato e fatto proprio il carisma e la statura del suo indimenticabile maestro. Ha fatto altre cose, per rimanere se stesso, ovvio, ma lo stile di pastore, di amico, di uomo di chiesa, quello è.

“Se Dio è bellezza, è pace, è riposo, non è peso per l’uomo, ma sua liberazione e pienezza”. Questo scriveva don Mario, e certo il grande lavoro che Derio ha fatto in questi anni per avvicinare le persone alla bellezza nell’arte, nella musica, nella spiritualità…, non è mai stato fine a se stesso, ma la ricerca della crepa, dell’incrinatura nel frenetico scorrere delle nostre faticose, esasperate quotidianità, attraverso cui far intravedere Dio, la pace di Dio, la sua pienezza.

Mai come venerdì sera, quando l’affetto e la commozione di una Cattedrale strapiena lo ha avvolto, nel profumo dell’incenso, nel gesto di passare, tutti quanti, a imporre su di lui per un breve attimo la propria mano – mentre in cuore avremmo voluto, tutti, stringerlo in un lungo abbraccio; mai come in quel momento si è visto e sentito quanto grande sia la solitudine profonda, totale, donata, di un prete, di uno che è stato preso, afferrato da Dio e poi non si capisce più bene se ama di più Dio o il suo popolo… come scrisse un altro dei suoi punti di riferimento, don Milani, nella speranza “che Lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”.

Don Mario aveva un sogno: fare di un mulino diroccato, sulla riva di Stura, un luogo di Dio, circondato da “25 giornate di spine, perché la gente, per venire debba graffiarsi, perché finalmente in questi nostri paesi sazi, pieni di vuoto, si capisca che la grazia di Dio è qualcosa che si conquista a caro prezzo, non a buon mercato”.

Il sogno di don Mario è, oggi, una buona metafora del lavoro di un vescovo, sono infinite le distese di spine e paludi che allontanano le persone da Dio. La nostra preghiera per don Derio, il Vescovo Derio, è che sappia creare un sentiero di bellezza tra i rovi e le spine della sua diocesi, perché il popolo che gli è stato affidato possa lievemente graffiarsi pur di arrivare a Dio.