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Chi arriva in ritardo e chi arriva puntuale

Commento al Vangelo della Domenica di Pasqua

di Paolo TASSINARI

Quando ero bambino, dal posto assegnato al chierichetto, provavo una certa soddisfazione a guardare le persone arrivare in ritardo a messa, mentre io ero lì puntuale, anzi spesso in anticipo. Persone strane pensavo io, in genere famiglie con bimbi al seguito, e ragazzi più grandi di me, che entrando in chiesa a celebrazione iniziata, davano una pessima testimonianza di vita cristiana: alla domenica mattina tardavano ad alzarsi dal letto o dal divano, cosa che in qualunque altro giorno della settimana non potevano fare, pena una solenne tirata d’orecchie del capo o della maestra.

Non so bene cosa sia cambiato, ma oggi dal posto assegnato al diacono, provo invece una certa soddisfazione a guardare le persone che arrivano in ritardo a messa, e perché? Perché sono arrivate! Alcune col passeggino e altre senza, alcune affannate e la maggior parte tranquille. Le guardo e mi fanno felice: non mi importa più se siamo al canto iniziale o durante la prima lettura. Mi piace vederle, perché avrebbero potuto essere altrove e non arrivare mai.

Anche nel Vangelo della mattina di Pasqua (Gv 20,1-9) c’è chi arriva in anticipo, chi è puntuale e chi è in ritardo; c’è chi arriva camminando tranquillo e chi di corsa più o meno trafelato. Maria arriva prima di tutti, Giovanni poco dopo e Pietro per ultimo. Cercano l’amico morto ma trovano soltanto un pezzo di stoffa e non il corpo che quel lenzuolo avvolgeva dal giorno della croce. Cose da pazzi: vedono un telo e immediatamente si accende in loro come una scintilla da insinuare in ogni notte più nera di ogni notte dell’umanità: non siamo vagabondi guidati dal fato ma destinati ad una promessa! La fede nella resurrezione nasce così, non da una prova di forza o da una evidenza alla quale arrendersi, ma dallo spazio aperto tra lo sconcerto e la trepidazione di chi ha vissuto accanto al Maestro, e ora che lo cerca basta vedere un telo per crederlo vivente. È un legame che salva, non un miracolo! È una storia che salva, non un prodigio! È l’insieme dei gesti e delle parole che Gesù ha messo in circolo nell’intera sua esistenza ad essere resurrezione, cioè l’affiatamento, l’affetto e la cura a prezzo della croce che Pietro e Giovanni avevano sperimentato, fanno sì che adesso possano vedere e credere, senza aver bisogno di “provare per credere”.

Non siamo davanti ad un imbroglio perché nessuno ne aveva sottratto il corpo; non siamo nemmeno in periodo di “saldi” per cui al Figlio di Dio “costerebbe meno” dare la vita. La morte come l’esperienza insegna, non fa sconti a nessuno e Gesù lo sa bene, perché lì dentro c’è entrato dalla testa ai piedi. E lo ha fatto perché il giorno in cui io mi addormenterò e non sarà un pisolino (II domenica di Quaresima), se la fatica della riabilitazione non sarà stata vana (III), e il pensiero del tripudio di colore, stupore e sapore (IV) avrà orientato il senso del mio vagare (V), accompagnato dal fiato del Crocifisso (domenica delle Palme), sono certo che in quella mattina troverò la sua compagnia. Lui sarà puntuale, lo so: spero solo comprenda ogni mio ritardo.