Stefano Ambroggio “Morris”, partigiano di Cristo, partigiano d’Italia (1ª parte)

Stefano Ambroggio è al centro

Gli Ambroggio (che qualcuno scrive anche “Ambrogio” per i ricorrenti svarioni anagrafici degli uffici comunali nei secoli scorsi) lavorano la terra della cascina "Luisa" di Genola, in località Santa Maria. Papà Luigi, nato a Cavallermaggiore nel 1866, va al Gerbo di Fossano a cercar moglie e la trova dai Prato, tornandosene a Genola con Teresa, di undici anni più giovane. È una donna di poche parole, saggia e previdente per trasmettere ai figli principi solidi e valori intramontabili, severa quanto basta per esigerne il rispetto. Sei i figli che rallegrano quel matrimonio, dal 1904 al 1919, uno dei quali, chiamato Stefano, ritorna quasi subito in paradiso, lasciando il posto e il nome all'ultimo della serie. Questo secondo Stefano, nato il 16 gennaio 1919, è anche l'unico a non aprire gli occhi a Genola, bensì in frazione San Lorenzo, durante la breve parentesi che lì trascorrono gli Ambroggio prima di venire ad abitare in città, dove papà per un certo tempo fa il giardiniere a servizio della contessina Burgos di Pomaretto. Mamma muore nel 1934, non ancora sessantenne, papà Luigi la segue neanche due anni dopo, mentre il fratello Matteo emigra in Somalia nel 1938 in cerca di lavoro. Sembra un progressivo sfaldamento della famiglia, che invece si ricompatta nel piccolo alloggio di via San Bernardo 6 attorno alle tre sorelle, che riversano il loro istinto materno sul fratello minore Stefano, diventato veramente il loro “checö”.

Viene dipinto affabile ed espansivo, dalla battuta pronta e dall’amicizia facile, pronto sempre a dare una mano e quindi molto ricercato per i momenti di festa, le serate in allegria, le giornate in montagna a scalare vette e superare ostacoli, aiutato in questo da un fisico aitante e vigoroso. Il classico “bel tipo” che tuttavia “non se la tira”, anche perché cresciuto a pane e lavoro e perché educato da una mamma semplice, ma esigente e saggia, che tutto gli ha insegnato tranne che ad essere smorfioso. Come quasi tutti i coetanei in quell’epoca travagliata e gloriosa, anche Stefano aderisce all’Azione Cattolica, lasciandosi modellare sugli ideali di preghiera, azione e sacrificio, che puntano ad irrobustire la vita spirituale di adolescenti e giovani e a farne dei cristiani per i quali la religione rappresenta una solida spina dorsale e non un fardello difficile da portare. Per questo il fascismo ha sempre temuto la concorrenza dell’Azione Cattolica in campo educativo, fino a decretarne la soppressione nel 1931, dalla quale questa si salva soltanto grazie alla fermezza di Pio XI.

Riformato alla visita di leva per un importante deficit visivo che lo costringe a far uso degli occhiali, Stefano riesce così a scampare non solo al servizio militare, ma anche all’arruolamento allo scoppio della guerra e soprattutto alla disastrosa campagna di Russia, dalla quale molti suoi coscritti non sono più tornati. Ormai è orientato a fare della sartoria il suo mestiere e continua a lavorare presso il sarto De Marco in via Roma, sembra anche con buone prospettive. L’Azione cattolica, come palestra di vita, finisce per coinvolgerlo in prima linea, con ciò confermando che davvero, anche sul piano della fede e dell’impegno associativo, ha una marcia in più. «Fu militante attivo e convinto della Giac, e quando partiti i migliori per la guerra, la gioventù Cattolica aveva bisogno di dirigenti nuovi e coraggiosi, Ambroggio accettò la carica di Presidente diocesano», lascia scritto don Giorgio Canale, che in quegli anni è assistente ecclesiastico della Giac e pertanto molto bene «ricorda le lunghe serate passate a fianco a fianco per i tesseramenti, per tenere la corrispondenza con i soci al fronte, per tenere viva un'attività che gravava sulle spalle di pochi». Nell'orizzonte di Stefano c'è anche una ragazza, la sua "morosa" ma, non essendo ancora "ufficiale", come si usava all'epoca, di lei neppure i familiari conoscono il nome. A testimonianza restano solo alcune affettuose lettere, rigorosamente non firmate.

(1-continua)